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Il Reddito nei Paesi dell'Unione europea

Reddito di cittadinanza e divario di genere: così in Europa si prova a contrastare le disuguaglianze

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La lunga strada per un'identità comune

di Francesca Sironi

Chi è senza reddito in Austria riceve 827,82 euro al mese. Se è sposato o convive, l’importo sale a 1.241,74 euro

«I sistemi di welfare sono sempre stati importanti fattori di costruzione di un'identità nazionale». Così Paolo Onofri, vicepresidente di Prometeia, considerato uno dei maggiori esperti di welfare in Italia, commentava in un'intervista a l'Espresso la necessità di guardare ai sistemi di aiuti per capire l'orizzonte dei paesi Ue, della loro coesione sociale. Gli aiuti, spiegava, come sostiene da tempo l'Europa, dovrebbero essere sempre più «universali», anche se di un «universalismo selettivo, che selezioni i contributi in funzione del reddito» perché esperienze come quella finlandese – dove lo Stato sta sperimentando un assegno di 500 euro al mese a 2mila cittadini - «sono un lusso che non possiamo permetterci». L'Italia spende più della Germania, in proporzione al Pil, per le prestazioni sociali. Di questi, 300 miliardi di euro servono a pensioni e sostegni d'invalidità, 100 alla Sanità. Per gli altri interventi rimangono circa 50 miliardi di euro, che vengono però frammentati in bonus e contributi spesso dalla vita troppo breve per diventare una certezza capace di dare prospettiva alla popolazione.

Alessandro Serranò - AGF

Alessandro Serranò - AGF

«Il welfare state europeo non è morto. Né appare destinato a scomparire. Ma deve essere reso più efficiente nel contrastare la povertà e nel rendere i contribuenti consapevoli del fatto che non rappresenta una tassa, ma una assicurazione sociale», spiegava il presidente dell'Inps Tito Boeri nella relazione di fine anno. Il dibattito, in Italia e all'estero, si concentra sempre più sul tema del reddito di cittadinanza, nella sua forma più ampia, o sulle misure più limitate di redditi minimi garantiti vincolati alla ricerca di lavoro e assegnati soltanto a chi vive al di sotto di una soglia (di povertà assoluta o relativa). Su questo fronte le esperienze in Europa sono varie. Dal modello tedesco, dove sette milioni di persone ricevono ogni mese da Berlino un sostegno al reddito, all'Olanda, dove l'assegno è individuale. In fondo alle classifiche, oltre all'Italia – che prima della recente proposta del governo Gentiloni ha attivato da poco il “Sia”, sostegno per l'inclusione attiva, destinato a 200mila famiglie povere – restano solo Croazia, Grecia, Lettonia, Estonia e Bulgaria, anche se in questi ultimi tre paesi le norme ci sarebbero, ma manca la copertura del bisogno. «Un'indennità di disoccupazione europea potrebbe contribuire a fondare quell'identità comune ancora non realizzata», suggeriva allora Onofri: «Le tecnicalità sono complesse. Gli ostacoli politici numerosi. Ma i ministeri delle finanze di Francia e Italia hanno portato una proposta in questo senso».

Reddito di cittadinanza

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Fonte: Pasquale Tridico, Reddito di cittadinanza e opportunità economica: un confronto tra italia, Astril, 2015
In Germania e Regno Unito le donne vengono pagate circa 4 euro in meno all’ora rispetto agli uomini

L'altro indicatore che si ritrova in questo spicchio di mappa riguarda le differenze di genere sulla retribuzione. È un dato che racconta molto sulla strada ancora da fare per la parità, perché mostra le contraddizioni presenti anche nei paesi più “avanzati” se osservati dal punto di vista dell'uguaglianza di genere sul lavoro. Gli elementi che formano questo indice, elaborato da Eurostat, sono diversi. C'è il “gender pay gap”, ovvero la differenza salariale media fra uomini e donne, che è alta, ad esempio, in Germania e Gran Bretagna. Mentre l'Italia è in questo un paese molto paritario. Ma non è un segnale poi così positivo, spiegano gli esperti: con la contrazione degli stipendi, soprattutto dopo la crisi del 2008, sono gli uomini a guadagnare di meno. E ad essersi quindi avvicinati al ribasso.

Anche per bilanciare quest'effetto l'indice Eurostat tiene in considerazione altri due elementi: il numero di ore retribuite al mese, spia che segnala l'eventuale ricorso predominante al part-time per le donne, e il tasso di occupazione. Ed ecco che l'Italia scivola così dal primato conquistato: con un'occupazione femminile fra le più basse d'Europa e un rilevante ricorso a orari ridotti per le colleghe, la differenza reale delle condizioni supera il 43 per cento. Esempi positivi su tutte e tre gli aspetti (lo stipendio, le ore retribuite, l'occupazione) sono la Slovenia, (dove il tasso di occupazione femminile supera il 60 per cento, le donne sono il 19 per cento nei consigli di amministrazione e il 16 per fra i manager); la Danimarca (che ha anche le retribuzioni medie orarie fra le più alte della Ue) e Cipro.

La Slovenia è il Paese più egualitario per il trattamento degli uomini e delle donne sul lavoro

Divario di genere sul lavoro

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Fonte: Eurostat, 2014 (ultimo dato disponibile per la comparazione)