Fenomenologia
del Capitano

di Fabrizio Bocca

Il profilo Wikipedia di Francesco Totti è consultabile in 105 lingue e dialetti mondiali sperduti. Pampango (Filippine centrali) compreso, anche se abbastanza stringato: “Francesco Totti (mibait 27 Septiembri 1976) metung yang Italianung talapamyalung football a mamyalung antimong forward para king club a Serie A Roma”. Non molto, ma insomma si capisce e poi siamo dall’altra parte del mondo. Sarà pure stato un fenomeno da Raccordo Anulare, come gli è stato sempre snobisticamente rinfacciato, ma Totti è forse l’unico romano straordinariamente global dopo Giulio Cesare.

È arrivata l’ora di farlo. Appendere le scarpe al chiodo. Che non è una banalità, un modo di dire o un semplice luogo comune. Ma un antico rito sacro: i gladiatori romani, salvata la pelle e riscattata la propria libertà, appendevano devoti il loro gladio a dei chiodi piantati nelle mura del tempio del dio Ercole. A Francesco piace fare il gladiatore e un gladiatore ce l’ha pure tatuato sul braccio, che però più che un voto al dio Ercole è un semplice omaggio, appunto, al “Gladiatore” di Russell Crowe - quello de “Al mio segnale scatenate l’inferno” - e che bene o male dai primi anni 2000 ha cambiato tutta l’iconografia romana. Adesso, in centro a Roma, ci sono gladiatori dappertutto, con la sigaretta, gli occhiali da sole, le sneakers, la spada e la corazza di plastica. Ma insomma siamo lì, il gladiatore, il dio del pallone, l’addio: in qualche maniera tutto torna. Ora Francesco potrebbe appenderne un paio, di scarpini - numero 42 come Messi e Ronaldinho - nei suoi luoghi sacri, l’uscio di casa, il tunnel dell’Olimpico, l’ingresso del centro “Fulvio Bernardini” a Trigoria, lo specchietto delle sue Ferrari. Così che si sappia quale importanza ebbero quei piedi nella storia del calcio. Totti Basta, è finita, lascia. Almeno 33 anni di campi di calcio (24 di serie A), da quelli polverosi della periferia romana che girava con la Smit (la squadra di Santa Maria in Trastevere, società ben più antica addirittura della Roma stessa) ai più grandi stadi del mondo. L’Olimpico, San Siro, il Bernabeu, l’Old Trafford, l’Olympiastadion di Berlino: non sempre vincendo e anche rimediando storiche batoste, diventate ancor più tragiche e beffarde proprio per la sua presenza. Batterlo e ridicolizzarlo è sempre stato un vanto per molti. {da inserire descrizione} È un bel traguardo: a 40 anni o addirittura dopo, si ritirarono anche Zoff, Romario, Roberto Carlos, Costacurta, Maldini, Zanetti, Giggs, Del Piero. Stanley Matthews arrivò a 50 ma non è proprio il caso. E’ come se Totti avesse aspettato di diventare senatore, un signore ormai distinto, saggio e maturo così lontano dal bullo alla Ninetto Davoli che apparve sulla scena del calcio italiano nel 1993, prima di dare l’addio. E di cambiare definitivamente vita. Avrebbe voluto restare eterno, giocare a pallone all’infinito, ma “Forever Young” è solo una canzone di Bob Dylan. E comunque era ora, Francesco l’ha tirata anche troppo in lungo.

Totti ha segnato la storia del calcio, e non solo, a cavallo del secondo millennio. Ha diviso Roma e l’Italia con umili giocatori, tanti, pazzoidi e scellerati (Cassano) e campioni straordinari (Batistuta), presidenti all’antica (Franco Sensi) e autentiche macchiette (Ciarrapico), con allenatori d’acciaio (Capello) e altri fragilissimi (Luis Enrique) o autentici Capitan Fracassa (Garcia), con uomini di potere, politici di destra e sinistra, sindaci, guru della comunicazione, cantanti, artisti dei più disparati, divi e dive dello spettacolo. E persino Papi. L’ultimo Papa si chiama come lui, e a Roma fa una gran confusione. 

“Tra la storia di Totti e mE È chiaro come io sia destinato a perdere” Luciano Spalletti Totti ha vissuto 24 anni in un circo felliniano. Antonello Venditti con Totti, lo scudetto del 2001 e “Grazie Roma” ci riempì il Circo Massimo più dei Rolling Stones e di Springsteen. Un serio assistente parlamentare al Senato Carlo Zampa, detto The Voice, ha urlato a squarciagola nei microfoni di radio e tv romane tutti i suoi gol. E far durare nel microfono la parola gol, tre lettere, per almeno mezzo minuto è quasi più difficile che segnarlo quel gol. E poi, dopo, anche pianto e ripetuto le frasi più incredibili, come: “Alla facciaccia vostra, alla facciaccia vostra…” E anche un graffiante e andreottiano: “Totti logora chi non ce l’ha”. Intanto il mitico Paolo Cento, detto Er Piotta, attivista ex Lotta Continua e ora Sel, ormai anche lui un serio e tranquillo signore, lo ha seguito adorante fino all’ultima trasferta. Il tempo non è passato solo per lui.

Ma soprattutto Totti è stato la gente di Roma, uomini e donne, senza distinzione di sesso, età e religione: portieri, impiegati, fruttivendoli (a Roma fruttaroli), panettieri, trasportatori, negozianti, operai, muratori, infermieri, autisti dell’Atac, camionisti, operatori ecologici (a Roma monnezzari), postini, insegnanti, ingegneri, scienziati, letterati, uomini di cultura, intellettuali. Tutti tottisti adoranti. Gente onesta e rispettabile ma pure scippatori, papponi, mignotte e spacciatori. E poi cinesi, marocchini, senegalesi, filippini che parlano ormai lo slang romano: tutti tottisti di seconda generazione. Lo shaker umano di una capitale meravigliosa e decadente, che va da “Roma” di Fellini a quella di Sorrentino e della “Grande Bellezza”, girando in circolo sul “Sacro Gra” (il Grande Raccordo Anulare), il vero confine dell’impero tottiano. Oltre c’è l’ignoto e il nemico. 

Insomma Totti International come la sigla da cui si fa gestire “Number Ten”, ma alla fine molto romanamente global. Totti emerge da quell’umanità, uno che ce l’ha fatta e che li rappresenta, romano e proletario come loro. E sempre nella stessa squadra, un caso di amore vero, assoluto. Forse anche irreale, assurdo.

Totti - Rione Monti Decine di radio Fm e Web hanno raccontato gli ultimi vent’anni di Totti giorno per giorno. Quelli della curva hanno vissuto e riempito gli stadi, percorso milioni di chilometri per andare a vederlo giocare ovunque, fosse anche a Los Angeles o in Australia. Totti è stato il tormento e l’estasi. Ognuno ha cercato di arraffarlo, di farlo suo. Di prenderne fisicamente qualcosa: magari la maglietta sudata, un autografo, una foto, un santino da mettere nel portafoglio. Fino a relegarlo in casa e chiuderlo in una gabbia dorata: “Quanto vorrei poter fare una passeggiata in centro a Roma” disse. A Totti hanno messo in braccio e fatto benedire migliaia di ragazzini che ora si sono fatti grandi e possono dire: “M’ha accarezzato”.

Totti è piombato nel calcio con l’etichetta del “coatto” - l’antico sottoproletario urbano spesso costretto appunto al domicilio coatto -  detto senza offesa e come coatti lo sono a milioni a Roma, anche giudici, notai, medici e avvocati. Il coatto romano è radicato localmente, un campione da bar, quasi sempre a cavallo di uno scooter truccato, sguaiato, dai gesti larghi ed esagerati, dalle espressioni teatrali, un personaggio alla Verdone. Roma è piena di radical chic che diventano smaccatamente e orgogliosamente coatti quando parlano di Totti, ne ripetono i gesti, i dribbling, i gol, le espressioni del viso, i labiali.

Perché Totti è uno show unico, mica solo le punizioni a bomba, i palloni accarezzati, gli assist al millimetro, i rigori a cucchiaio, il tacco e la punta (“e il tacco e la punta, e il tacco e la punta…” si mise a ripetere nervosamente Spalletti prima di andarsene via da Roma la prima volta). Totti è il Petrolini del pallone: il ciuccio in bocca, il pallone sotto la maglietta dopo il gol, il selfie con l’iPhone dopo il gol nel derby, lui alla telecamera che riprende il pubblico, le magliette “Vi ho purgato ancora” (11 aprile 1999, dicono il più bel gol segnato in un derby) dedicata alla Lazio, e “6 unica” dedicata a Ilary (10 marzo 2002), e quelle dita sollevate davanti a Lippi e gli juventini uscendo dal campo, con tanto di labiale feroce: “Quattro e a casa…” (8 febbraio 2004). 

Sfrontato, sfacciato, sbruffone. Il derby è il suo palcoscenico. Il cucchiaio di Totti a Van der Saar (29 giugno 2000, Europei, Italia-Olanda) annunciato agli sbalorditi Di Biagio e Maldini con il famoso “Mo’ je faccio er cucchiaio” è diventato un’icona cinematografica come le corna di Gassman ne “Il Sorpasso” e la pernacchia col braccio a ombrello di Sordi ai lavoratori ne “I Vitelloni”. “Lavoratooori? Tiè…”   Totti tiene insieme la passione di un Premio Oscar come il maestro Nicola Piovani e quella di Tommaso Zanello, anche lui detto “Er Piotta”, che già nel video di “Supercafone” (1999, 3 milioni e mezzo di visualizzazioni su You Tube), apre il pezzo rap facendo il macellaio con la maglietta “Vi ho purgato ancora”. Nelle cantine romane Totti ha scatenato un vero e proprio movimento culturale underground: Zoro alias Diego Bianchi, Johnny Palomba, il collettivo e le cronache surreali di “Kansas City 1927”, che imperversarono su Facebook ai tempi di Luis Enrique, raggiungono vertici notevolissimi parlando di Totti e della Roma. Nella convinzione che “essere di sinistra e della Roma” fa parte della stessa sofferenza esistenziale. Zeropregi, figura underground della rete, firma su twitter le sue affermazioni assolute con “Giuro su Totti”.  Johnny Palomba, scrittore misterioso, su Totti si è inventato le Cinepartite, raccontate stile Istituto Luce: “E sul dischetto è ancora una volta lui, l’eterna primavera giallorossa, il cuore pulsante dell’Urbe, il terzo gemello della Lupa…” Ascanio Celestini, scrittore e grande tifoso della Roma, racconta una barzelletta in cui San Pietro, giocando a pallone, si lamenta perché Gesù Cristo cammina sì sulle acque ma rifiuta pure di far tirare rigori e punizioni a Totti. E li sbaglia tutti: “I miracoli? Il problema è che questo pensa di essere Totti, capito?”

Mo je faccio er cucchiaio

Il fenomeno Totti diventa ben presto gigantesco, addirittura abnorme. Totti non ha tifosi, ha un popolo. “Il popolo giallorosso” dà proprio questa idea di massa, di paese, quasi di nazione. E di un capo ovviamente. Tutti gli annunci da speaker di Carlo Zampa cominciano con “Popolo giallorosso!” Oggetto di idolatria e di paganesimo moderno, il fenomeno Totti si deforma quindi in “Tottismo” che è appunto la negazione della ragione, l’indiscutibilità del calciatore, una fede ottusa e malata, spesso insopportabile. Il Tottismo porta nel calcio l’ “ismo” e ne precede tanti successivi: Mourinhismo, Delpierismo, Lippismo, Guardiolismo, Contismo, Sarrismo e così via. Aberrazioni della fede calcistica.

Totti ha segnato centinaia di gol e fatto decine di partite straordinarie, ma in assoluto il suo video più visto su Youtube, è quello di quando regolò i conti a modo suo con Balotelli che gli aveva dato del vecchio arnese, inseguendolo e prendendolo a calci da dietro (2010): 11 milioni e mezzo di visualizzazioni. Indifendibile, eppure a migliaia sostengono ancora che “ha fatto bene”. Totti calca i più grandi palcoscenici ma è come se giocasse sempre in strada, con le regole della strada: quando agli Europei 2004 sputò in faccia a Poulsen, per difenderlo volò in Portogallo l’avvocatessa Giulia Buongiorno, che veniva addirittura dal Processo Andreotti. Per Totti si fa tutto.
L’immagine di Totti è finita sui biglietti d’autobus dell’Atac, privilegio che è toccato solo a Papa Woytila, Papa Francesco e lui. Totti è uno dei tanti sdoganatori della romanità, ha il dono dell’espressione sarcastica e della battuta: “Quando io perdo comunque rimango a Roma, tu te ne torni a Moenchengladbach”. Ma a parte il sarcasmo e la sbruffonaggine che sono innate il ragazzo è buono e bonaccione, amato, generoso, testimonial di campagne sociali, promotore di beneficenza, protettore dei bambini, ambasciatore Unicef. E’ un bravo figlio, timorato di dio, che si fa due volte il segno della croce quando entra in campo. E’ la coscienza pulita di una città in realtà sempre più arida, velenosa, contraddittoria, sempre meno accogliente, nei quartieri ghetto e dormitorio Totti è l’unica preghiera.
Ma è anche un personaggio complesso, e mediaticamente molto evoluto. Maurizio Costanzo ne muove i fili della comunicazione, è sua la straordinaria idea autoironica dei libri sulle barzellette tottiane. Solo il primo vendette 800.000 copie e i guadagni tutti in beneficenza.  Il matrimonio di Totti con Ilary Blasi (2005) andò in diretta su Sky Tg 24. Lo stesso per la sua festa dei 40 anni, in cui non si contano quelli schiattati di invidia per non aver fatto parte della lista degli invitati.
  Le pubblicità più disparate di Totti - scommesse, telefoni, macchine - da solo o in coppia con Ilary o Gattuso, hanno successo e fanno vendere con le sue battute: “Che ha fatto ieri l’Internet?”. Totti è l’uomo medio - Medio Man - che ha successo per il talento innato, ma anche per la sua simpatia, la naturalezza, la vicinanza al pubblico. In coppia con Ilary, Francesco ricostruisce quello stesso feeling che legava l’Italia a Sandra Mondaini e Raimondo Vianello, Bice Valori e Paolo Panelli. Non solo calcisticamente ma televisivamente Totti è oro.

Totti e Ilary Per la prima volta il fenomeno Totti ha incarnato perfettamente il calcio di oggi sempre antiqualcosa, antitutto. Totti è Totti perché anti Laziale, anti Juventino, anti Interista, anti Milanista. Una contrapposizione esasperata, che sul piano generale ha avvelenato il calcio. E il resto d’Italia lo ha spesso ripagato con la stessa moneta, ma ne ha riconosciuto la grandezza, la leadership. Gli ultras della curva del Bologna, in una delle ultime partite del suo lento crepuscolo, hanno urlato tutto il tempo “romanista pezzo di merda”, salvo poi alzarsi tutti insieme e applaudirlo per due minuti - lui, lui solo - quando è entrato in campo a far passerella.

Boskov, Mazzone, Carlos Bianchi, Liedholm, Sella, Zeman, Capello, Prandelli, Voeller, Delneri, Conti, Ranieri, Montella, Luis Enrique, Andreazzoli, Garcia, Spalletti alla Roma. Più Maldini, Zoff, Trapattoni, e Lippi in nazionale. I suoi allenatori hanno avuto la fortuna di avere nelle loro mani un giocatore totale, geniale, senza ruolo perché contemporaneamente centrocampista, trequartista, fantasista, assistman, attaccante, falso nueve. Insomma parecchio anarchico. Per qualcuno troppo. L’allenatore che lo ha amato di più è stato Mazzone, quello che non ci ha capito niente Carlos Bianchi, quello che gli ha dato di più Zeman (una volta gli domandarono quali fossero i 5 migliori giocatori del calcio italiano: “Totti, Totti, Totti, Totti, Totti), quello che lo ha aspettato di più Lippi, e quello con cui si è scontrato più ferocemente Spalletti che ha dovuto gestirne, anche rudemente, il crepuscolo. Fra le tante frasi su Totti il toscano ne pronunciò una fondamentale, poco conosciuta ma perfetta: “Tra la storia di Totti e me è chiaro come io sia destinato a perdere”.

Totti Geneticamente e in linea ereditaria Totti discende, come calciatore d’attacco, addirittura da Valentino Mazzola. Ma il suo diretto predecessore è il Principe Giannini, il cui padre Gildo scovò Totti e fece sì che il presidente Viola nei primissimi anni 90 ci investisse sopra. Il 10 sulla maglia lo ha poi inserito a tutto diritto nel Pantheon dei grandissimi: Meazza, Rivera, Mazzola, Antognoni, Baggio, Del Piero, Zola… La madre di Totti nei primissimi anni rifiutò una valigetta con 150 milioni provenienti dal Milan, per non distorcere una carriera tracciata fin da subito. Fin da quando a Porta Metronia capirono subito che quello era un fenomeno. Francesco era e sarebbe dovuto diventare un campione della romanità. Grandissimo ma non poteva andare da nessuna parte, anche solo attraversare il Grande Raccordo Anulare. “Quando io perdo comunque rimango a Roma, tu te ne torni a Moenchengladbach” Francesco Totti Totti non è stato il più grande di tutti - Roberto Baggio per stare agli ultimi vent’anni gli è stato superiore - però nessuno ha bucato il nuovo millennio come lui, nessuno ha avuto un partito così grande e forte, nessuno è diventato un’icona pop come lui. No, nemmeno Baggio. In un calcio dove si misura tutto con scudetti, coppe e Palloni d’Oro Totti non può passare alla storia come un vincente. Totti ha vinto poco, troppo poco con il club cui ha dato una vita, ma ha vinto il Mondiale. Ed è stato uno dei rari momenti in cui Totti è stato di tutti e non solo di Roma (metà per altro). Come molti grandissimi - Gigi Riva per i sardi ad esempio - Totti prescinde quasi dalla vittoria, è bandiera, identificazione, partito. Avrebbe potuto andare al Real o al Milan e vincere quello che a Roma non gli è stato possibile, ma la sua forza è la fedeltà. Roma e la Roma sono stati il bozzolo della sua felicità.

   Quando Totti esordì in serie A il 28 marzo 1993 il calcio si vedeva ancora pagando i biglietti in lire (una curva costava 10-15 mila lire), infuriava la bufera Craxi in Parlamento, Berlusconi era già presidente di quel Milan fantastico e straricco che vinceva tutto e che ora ha venduto ai cinesi ma non era ancora “sceso in campo” e non era ancora diventato presidente del consiglio, Arrigo Sacchi dal Milan era diventato ct della nazionale. Totti ha attraversato un terzo delle vite di un sacco di gente del pallone. Allora lo chiamavano “il Pupone”. Ora che lascia, Totti - per tutti semplicemente “Il Capitano” - può tranquillamente e serenamente riappicicarsi addosso il soprannome che lo imbarazzava e che chiese di non usare più. Ma che come nessun altro ha marchiato e dato l’imprinting a un giocatore di calcio: “Il Pupone”. Lo inventò Mimmo Ferretti, giornalista del Messaggero, romano, grande conoscitore di gente del pallone, appena il ragazzino si affacciò alla ribalta dalla Primavera, dove già era una piccola star, lanciato da Boskov prima e Mazzone poi. L’ispirazione fu il film di Steno “Un giorno in Pretura” (1953), in cui Nando Mericoni, detto l’Americano, (Alberto Sordi), compare davanti al pretore (Peppino De Filippo) perché girava nudo per le strade di Roma dopo aver fatto il bagno nella “marana” e mai più ritrovato i vestiti. Che gli erano stati portati via da un vigile (il caratterista Renato Bonifazi), che poi se ne era andato “Perché mi moje, ha partorito un PUPONE!” 

“Quanto vorrei poter fare una passeggiata in centro a Roma” Francesco Totti Atac Il favoloso Varenne, trottatore straordinario che ha vinto tutto a cavallo degli anni 90 e 2000, e che aveva la sua base a Tor di Valle, nell’ippodromo poi abbandonato e lasciato andare in malora, dove sorgerà il nuovo stadio della Roma, fu soprannominato “Il Capitano” proprio in omaggio a Totti. Che però era e resterà sempre “Il Pupone”. 

Su Francesco Totti sono stati scritti libri a decine, biografie, saggi, manuali, tesi di studio a Coverciano, corti, video, operette. “Zero a Zero” un docufilm di Paolo Geremei racconta la storia di tre ragazzi che hanno fatto la stessa trafila iniziale di Totti, insieme a lui, ma non ce l’hanno fatta. Fermati da infortuni, scelte giuste o sbagliate, ginocchia rotte. Il punto centrale è uno solo: lui sì e io no, un rammarico eterno, un “ancora ci penso” che ti rode e non ti abbandona mai. Il dio Ercole - quello delle scarpe al chiodo - ha voluto così: li ha nominati ed eliminati prima, e si è tenuto solo Totti.

Francesco Totti è nato il 27 settembre 1976 a Roma, in via Vetulonia, zona Porta Metronia. La sua vecchia casa non dista più di un chilometro da quella che fu di Alberto Sordi.