Rep.it

Vite ricostruite

Posta

L’artigiana della memoria

C’è chi si fa cogliere impreparato dal terremoto e chi, invece, ci cresce insieme. Lucia De Carolis fa parte di questo secondo gruppo di persone. L’ha conosciuto da bambina, attraverso i racconti di suo padre. Lui aveva vissuto sulla sua pelle il sisma del 1979, uno dei tanti che ha colpito la zona attorno a Norcia. La sua famiglia è di Civita di Cascia, in provincia di Perugia. A separarla dal suo paese natale, oggi, ci sono venti chilometri e quel confine impercettibile tra Lazio e Umbria. Lucia vive a Posta dove, a due settimane dal sisma, ha deciso di mettere su famiglia sposando Andrea, l’11 settembre del 2016: neanche il terremoto è riuscito a fermarli. Lei 28 anni, lui 24, sono due di quei giovani che questa terra è abituata a vedere andar via. Loro hanno deciso di restare, per loro stessi e per gli altri.

“Se oggi sono quella che sono lo devo ai luoghi dove sono cresciuta e mi piacerebbe che anche i miei figli potessero avere questa fortuna”. Lucia parla da dietro il bancone all’ingresso della sua bottega: ha inaugurato a marzo del 2017, “perché posso anche stare senza un tetto dove dormire ma senza lavoro no”. La casa dove doveva andare a vivere con suo marito, fresca di ristrutturazione, è stata dichiarata inagibile dopo il sisma del 24 agosto: “Prego Dio che non decidano di abbatterla, anche se a volte penso che sarebbe stato più facile se fosse crollata. Non sarei rimasta appesa per un anno senza sapere cosa sarebbe successo”. Ancora non sa se potrà tornare lì con il marito e, nel frattempo, vive dai parenti di lui. Undici persone sotto un tetto, con un cane.

Lucia però ha trovato uno spazio per la sua passione. In quei pochi metri quadri presi in affitto lavora i metalli, il legno e le pietre. È un’artigiana, ma la sua bottega è anche un po’ una stazione di rifornimento: “La gente passa qui di continuo anche solo per scambiare due parole, per prendere la carica”. Di energia lei ne ha da vendere, del resto. Ha studiato da orafa ma ha sempre lavorato nell’azienda agricola di famiglia, portando avanti la sua passione per l’artigianato di notte. Anche gli strumenti con cui crea sono un esempio della sua tenacia: pezzi di macchine, ingranaggi, oggetti riconvertiti all’occorrenza “perché i soldi per i veri macchinari non ci stanno”. Eppure ci sono le mani, il cervello e il cuore a fare di lei un’artista, come recita una citazione di San Francesco d’Assisi appesa sopra il suo tavolo da lavoro. Accanto c’è un’immagine di Santa Rita da Cascia, che da queste parti è conosciuta come la “santa dei miracoli impossibili”. Un buon auspicio per una bottega che apre mentre troppi chiudono.

Quella di Lucia è una battaglia per il futuro della sua terra: “Non possiamo andarcene da qui e se c’è qualcuno che vuole tornare dobbiamo fare di tutto per permetterglielo, senza lasciare che debba arrangiarsi e inventarsi un modo per farcela”. Lei, intanto, un modo lo ha trovato e il suo successo è tutt’altro che scontato. In una zona in cui il sisma ha riportato intere famiglie a dover combattere per la normalità di una casa o un lavoro, c’è chi bussa alla porta di Lucia per un ciondolo, un anello o un bracciale: “Non faccio altro che prestare le mie mani ai sogni degli altri, sono le persone che senza rendersene conto hanno già dentro l’oggetto che mi chiedono di realizzare”.

“Se oggi sono quella che sono lo devo ai luoghi dove sono cresciuta”

Le opere di Lucia hanno varcato i confini dei comuni colpiti dal terremoto nell’inverno del 2016, quando una sua scultura ha percorso 540 chilometri per essere esposta a Venezia: un albero con 299 foglie, una per ogni vittima di Amatrice, che si alzano in volo in turbine di metallo. La foglia numero 300, per una suora trovata tra le macerie solo questa primavera, la salderà la prossima volta che andrà a vedere la sua Rinascita. Così ha voluto chiamare la scultura che ricorda i morti del sisma, perché è anche per loro che vuole ripartire.



Un progetto di Visual Lab

A cura di Claudia Accogli, Francesco Collina e Francesco Zaffarano
Testi di Francesco Zaffarano
Foto di Francesco Collina
Riprese di Claudia Accogli e Francesco Collina
Montaggio di Francesco Collina