Borg vs McEnroe.
"In campo John era come Mozart"

Incontro a Toronto con il ribelle Shia LaBeouf: è il mitico tennista americano nel film (nelle sale italiane dal 9 novembre) che racconta la rivalità con il campione svedese, interpretato da Sverrir Gudnason

Riuscirà Shia LaBeouf a dare uno smash alla maledizione dei film sul tennis? Presentato come evento d'apertura al Toronto Film Festival, Borg/McEnroe (nelle sale italiane dal 9 novembre) porta per la prima volta al cinema i due grandi rivali: da una parte l'imperturbabile campione svedese Björn Borg (interpretato da Sverrir Gudnason), dall'altra il rabbioso John McEnroe da New York, record nell'era Open, interpretato dall'ex piantagrane di Transformers Shia LaBeouf.

"Non ho mai visto un buon film sul tennis; sono tutti imbarazzanti" aveva dichiarato il vero McEnroe, oggi battitore libero, allenatore e commentatore tv. La finale di Wimbledon del 1980 ha segnato la storia dello sport e non a caso il regista danese Janus Metz Pedersen (Armadillo) per la parte dell'ex numero uno del tennis mondiale ha scelto il ribelle Shia, 31 anni, arrestato a luglio per ubriachezza molesta dopo aver dato in escandescenze (colpa di una sigaretta negata da un passante).

All'incontro con i giornalisti si presenta smagrito e con addosso una giacca da rapper. "Per me questo film è liberatorio", racconta. "McEnroe è come Mozart". Quando era all'apice, non gli interessava guardarsi dentro né andare alla ricerca di amici, "lui cercava di vincere e basta". LaBeouf ha cominciato a esercitarsi dietro la rete sei mesi prima di entrare in produzione, e ci ha anche rimesso un piede. "Me lo sono rotto mentre facevo pratica sul set. Mi sto rimettendo in sesto; presto riprenderò in mano la racchetta" ride.

"Credo che McEnroe abbia portato qualcosa che prima di lui non c'era nel gioco: tatto e sentimento. Usava la collera come tattica, per fabbricare la sua intensità, rompere gli schemi. Superarsi. In un certo senso, è stato e resta un artista". Mentre era ancora impegnato con Brad Pitt in Fury, ambientato durante la Seconda guerra mondiale, LaBeouf ha preso contatto con Metz dicendogli che il suo documentario sui soldati danesi nella guerra in Afghanistan aveva influenzato l'intero cast e che gli sarebbe piaciuto conoscerlo. "Tempo fa mi sono arrivati due copioni con McEnroe protagonista. Nel primo era un bisbetico urlante, aveva qualcosa di clownesco; gli sceneggiatori non lo stavano trattando con rispetto. Lo script di Ronnie Sandahl, invece, non è una satira e mi ha migliorato come essere umano" dice.

Lontani i tempi in cui prestava la faccia a Louis nella serie Disney per famiglie Even Stevens. Le sue scelte "adulte" ora vanno dal figlio di Indiana Jones con la brillantina in testa nel Regno del teschio di cristallo di Spielberg, ai due volumi vietati ai minori di Nymphomaniac, scritti e diretti da Lars von Trier. Da più di tre anni, LaBeouf ha dato vita a una varietà di progetti di performance art aperti al pubblico; uno dei più popolari è un raduno di haters (professionisti dell'odio sul web) che ha il permesso di sputargli in faccia il veleno accumulato (Shia subisce senza reagire, un esercizio di umiltà); a seguire, la mostra anti-Trump He will not divide us, insieme agli artisti Luke Turner e Nastja Säde Rönkkö. In uno di questi appuntamenti, registrati da una webcam e trasmessi incessantemente online, LaBeouf ha quasi preso a pugni un disturbatore, in un altro si è fatto arrestare, e l'ultimo, al Museum of the Moving Image nel Queens, è stato chiuso in anticipo.

Se a questo aggiungiamo la mini-maratona dove si è fatto immortalare in leggings fluorescenti color porpora, il giorno in cui ha inseguito un senzatetto per avere indietro il cestino di McDonalds, un red carpet con un cartone in testa e la scritta "Non sono più famoso", e ancora, prigioni, riformatori, scazzottate negli strip club, un'accusa di plagio da un gruppo rap per un "freestyle" dove saccheggia le loro rime, i paralleli con John McEnroe - rinominato dai tabloid inglesi "Super Brat" ("Super ragazzino viziato") - e il suo temperamento sovversivo, vengono a galla.

"Recitare in Borg/McEnroe mi ha permesso di esprimere quello che sento nel profondo" garantisce l'attore. "Non ho avuto il piacere di incontrare John di persona, è molto impegnato. Ho letto nelle sue biografie che Borg era il suo eroe. Quel match è stato come sfidare Superman e vincere. Condivido la vulnerabilità dell'atleta, il tentativo di esibirla in pubblico. Penso che McEnroe sia molto consapevole della percezione che ha la gente di lui e della sua eredità sportiva. Alla fine è un uomo adorabile. Un Babbo Natale cattivo del tennis".

Due altri punti da cineteca strappavano il game a Borg. Il gioco si riaccendeva, i due servivano splendidamente, a zero, per approdare al tie break. Non è l’ emozione del momento, che mi spinge a scrivere di non averne visto mai uno più eccitante. Non ho lo spazio per trasferire tutte le note del taccuino, ma basterà forse dire che Mac ha messo undici prime su diciassette, e Borg addirittura quattordici. Alla fine, Mac si sarebbe imposto al settimo set point, annullando a Borg qualcosa come cinque match point! Erano, in quella, scoccate le tre ore di gioco. Sarebbe stato davvero un miracolo atletico, se Mac avesse tenuto un’ altra mezz’ ora. Tentava il tutto per tutto nel game d’ apertura, Mac, ma Björn tornava su da un pericoloso 0-30. Bruciava le sue ultime energie, Mac, recuperando da 040 nel secondo game. Nei successivi quattro turni di battuta l’ Orso gli avrebbe lasciato soltanto un punto. Mac sputava sangue per ritornar su da 0-40 nell’ ottavo game, si trascinava coi denti al quattordicesimo. L’ Orso pareva bello fresco, e soltanto un’ aria intenta, quasi accorata, ne tradiva l’ affanno. Un falso rimbalzo, due passanti imprendibili, e Mac si ritrovava a fronteggiare due nuovi match point. Seguiva a rete, alla brava, volleava la violenta risposta di rovescio di Björn, e si buttava invano su uno spaventoso tracciante in cross. Baciava il sacro suolo ormai calvo d’ erbetta, l’ Orso. Avrebbe avuto la bontà di dichiarare, poco dopo, che questa è stata, delle cinque, la finale più difficile.