Il lungo poema di Wimbledon,
quel tie-break di Borg e McEnroe

La finale più bella del tennis sarà ricordata per quel
interminabile quarto set
di GIANNI CLERICI

Sono stato tre ore e cinquantatré minuti senza fare la pipì. Non solo per questo, la finale mi è parsa indimenticabile. Prima di andar sotto, quella testa rossa e dura di Mac ha salvato qualcosa come sette match point. Prima di difendere in quel modo orgoglioso una sconfitta quasi sicura, aveva condotto il match per circa un’ora e dieci minuti, facendo apparire Borg goffo, inadeguato all’ erba, a tratti impaurito. Mentre Borg, venerdì, se ne stava allungato in poltrona di fronte al video, Mac aveva dovuto sfaticare più di tre ore per buttar fuori Connors, e poi un’ altra ora e mezzo, in doppio, insieme a un disastroso Fleming. A Bud Collins, che aveva la cortesia di chiedermi le mie impressioni per la Nbc, avevo detto, prima del match: “L’ Inghilterra è il paese che ha inventato l’ handicap, ma gli handicap toccano i favoriti. Questa volta l’ hanno dato all’ outsider, e non mi sembra equo. Per vincere, Mac dovrebbe andare in testa di un paio di set, aver tempo di tirare il fiato, passare al quarto. Borg può vincere la maratona alle Olimpiadi di Mosca, solo che gli salti il ticchio di prendersi una vacanza. non vedo come possa perdere, se il match diventa lungo”.

Non mi pare il caso di farmi molto bello, per le mie affermazioni, anche perché non si sono verificate. Per difendere le mie tesine, noterò che ci sono andato abbastanza vicino. Di fronte a un Orso impietrito, Mac aveva cominciato giocando come Laver in buona giornata . L’ accoglienza dei ragazzini inglesi, che impazzivano per Björn, doveva esser solo servita a motivarlo, a dec i d e r e d i buttarsi alle spalle la fatica di questi giorni. Pareva, all’ inizio, che McEnroe fosse benedetto. Una di quelle giornate in cui tutto riesce, in cui basta pensare a una cosa perché questa si verifichi. Il suo stato di grazia contrastava con gli stridori del gioco di Borg. Per solito, Björn arriva a rete su attacchi tanto devastanti che gli basta giocare una volée qualunque, per intascare il 15. Sul passante di Mac, che finalmente funzionava con bella continuità, e con gran varietà di rotazioni, Björn riusciva al più a difendersi. Era il servizio, ancor più che la risposta, a tenere a galla l’ Orso! Aveva la ventura di iniziare lui a battere, all’ inizio del secondo, e sarebbe riuscito a mantenere il vantaggio aritmetico, correndo però rischi da brivido. Per quattro volte Mac avrebbe avuto la palla break, ma la più grande occasione l’ avrebbe forse mancata quando, nel settimo game, con Borg a 15-30, e ormai fuori campo, ha allungato un tantino troppo un rovescio comodo.

Björn Borg Björn Borg Björn Borg
Björn Borg

Non trasformare punti decisivi, nel tennis, significa scavarsi la buca con la racchetta. Mancato da Mac, il secondo set finiva docilmente tra gli unghielli smussati dell’ Orso, alla seconda palla break, nel dodicesimo game. Il Bauscia aveva giocato meglio per un’ orae dieci, Borg giusto per un game. Erano un set pari! Pensavo, in quella, che Borg sarebbe passato facile: aveva giocato maluccio, e non poteva che migliorare. McEnroe, per contro, sembrava aver dato tutto, e raccolto pochino. La velocità e la qualità del secondo set dissolvevano, e un Borg efficace, se non esaltante, si issava a 4-2, e annullava ben cinque palle break, di cui tre consecutive, per poi chiudere 6-3. Il match si andava stracciando verso le due ore. La velocità dei turni di servizio si accorciava, McEnroe sempre in testa, e abbastanza agevolmente controllato, sino al nono game. Nel nono, Mac pareva ormai trascinarsi. Salvava una prima palla break, veniva avanti sulla seconda con uno slice di rovescio nel “sette”, ma la sassata bimane di Björn lo infilava. Tra l’ entusiasmo osceno dei bambini, l’ Orso si avviava a quella che pareva la misa a muerte. 40-15, due match point consecutivi. Dalla tribuna stampa molti colleghi si buttavano ai telefoni. Sul primo match point Mac passava di rovescio longline, sul secondo, a rete, si difendeva quasi avesse in mano uno scudo, e poi volava alla Panatta ad annullare in volée di diritto, riuscendo miracolosamente a non strapparsi gli addominali.

John McEnroe John McEnroe John McEnroe
John McEnroe

Due altri punti da cineteca strappavano il game a Borg. Il gioco si riaccendeva, i due servivano splendidamente, a zero, per approdare al tie break. Non è l’ emozione del momento, che mi spinge a scrivere di non averne visto mai uno più eccitante. Non ho lo spazio per trasferire tutte le note del taccuino, ma basterà forse dire che Mac ha messo undici prime su diciassette, e Borg addirittura quattordici. Alla fine, Mac si sarebbe imposto al settimo set point, annullando a Borg qualcosa come cinque match point! Erano, in quella, scoccate le tre ore di gioco. Sarebbe stato davvero un miracolo atletico, se Mac avesse tenuto un’ altra mezz’ ora. Tentava il tutto per tutto nel game d’ apertura, Mac, ma Björn tornava su da un pericoloso 0-30. Bruciava le sue ultime energie, Mac, recuperando da 0-40 nel secondo game. Nei successivi quattro turni di battuta l’ Orso gli avrebbe lasciato soltanto un punto. Mac sputava sangue per ritornar su da 0-40 nell’ ottavo game, si trascinava coi denti al quattordicesimo. L’ Orso pareva bello fresco, e soltanto un’ aria intenta, quasi accorata, ne tradiva l’ affanno. Un falso rimbalzo, due passanti imprendibili, e Mac si ritrovava a fronteggiare due nuovi match point. Seguiva a rete, alla brava, volleava la violenta risposta di rovescio di Björn, e si buttava invano su uno spaventoso tracciante in cross. Baciava il sacro suolo ormai calvo d’ erbetta, l’ Orso. Avrebbe avuto la bontà di dichiarare, poco dopo, che questa è stata, delle cinque, la finale più difficile.

(2013 © by Gianni Clerici. Published by arrangement with Agenzia Santachiara)