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Cronache di un sequestro

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Cronache di un sequestro

Cronache di un sequestro

A quarant’anni dal rapimento e dall’omicidio di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse ripercorriamo i 55 giorni che sconvolsero il nostro Paese e la democrazia. Una webserie in dieci puntate per incontrare i protagonisti di quella drammatica vicenda e ne analizza tutti gli aspetti e i nodi ancora irrisolti. Tanti extra: interviste, documenti originali, audio, video, foto, mappe. Un viaggio nell’Italia del 1978

di Ezio Mauro, a cura di Francesco Fasiolo, RepTv e Visual Lab

Guerre Stellari, Portobello, l’austerity, il terrorismo. L’Italia del caso Moro

La sera del 15 marzo Aldo Moro rimane fino alle 22 nel suo ufficio di via Savoia, a Roma. Discute con i suoi collaboratori Nicola Rana e Corrado Guerzoni. Siamo a un passo dal compimento del suo disegno politico: il nuovo governo Andreotti, monocolore Dc, riceverà l’appoggio esterno del Partito comunista. E’ la prima volta dal 1947. Ma non è detto che l’intesa regga, il giorno seguente, alla prova del voto di fiducia in aula. Tutto intorno, il Paese è inquieto. Tante sigle terroristiche, tanti omicidi politici. E l’austerity, l’inflazione (nel ‘78 è al 12,1%), la crisi economica internazionale. Il tasso di disoccupazione è del 6,6% (era del 6,4 nel 1977, sarà del 6,9 nel 1979). Un litro di latte costa quasi 400 lire, il pane 523 lire al Kg, un chilo di pasta 600 lire. Al cinema, dove un biglietto costa tra le 1000 e le 2500 lire, gli italiani vedono fantascienza e film d’autore. E in tv spopolano Raffaella Carrà ed Enzo Tortora.

28 febbraio

Il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro compie il suo ultimo discorso pubblico ai gruppi parlamentari della Dc per convincerli dell'accordo con i comunisti.

11 marzo

Si costituisce il IV governo Andreotti. Un monocolore Dc con l’appoggio esterno di Psi, Psdi, Pri e Pci.

16 marzo

Aldo Moro viene rapito a Roma, in via Fani, poco dopo le 9. Il governo Andreotti IV riceve la fiducia della Camera e del Senato.

"Oltre l’immaginazione". Tutti i dubbi sull’agguato "perfetto" di via Fani

Il 16 marzo 1978 a Roma le Brigate Rosse rapiscono il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, uccidendo tutti i componenti della sua scorta. A distanza di 40 anni restano tanti i dubbi e i nodi irrisolti sulla dinamica dell’agguato. La testimonianza di Luciano Infelisi, che da sostituto procuratore della Repubblica fu il primo a seguire le indagini sul caso. E quella dell’attore Francesco Pannofino: all’epoca diciannovenne, abitava in via Fani e fu tra i primi testimoni oculari. La ricostruzione di quelle ore frenetiche in cui l’Italia sotto choc cominciava a chiedersi se Moro fosse ancora vivo e dove fosse tenuto prigioniero.

La mappa del rapimento

Alle 8.55 del 16 marzo Aldo Moro, insieme alla scorta, parte da casa. Sette minuti dopo, l'agguato tra via Fani e via Stresa. Quattro agenti della scorta muoiono subito, un quinto poco dopo, in ospedale. Inizia così il sequestro. I brigatisti in fuga con l'ostaggio riescono ad attraversare la città e cambiano auto ben due volte prima di portare l'allora presidente della Democrazia Cristiana nell'appartamento usato come prigione. L'animazione sulla mappa mostra il percorso dall'abitazione di Moro al luogo dell'agguato, e poi tra le strade di Roma fino a via Montalcini, ricostruendo così le tappe del sequestro.

18 marzo

Le Br diffondono il Comunicato n.1 e la prima foto di Moro prigioniero.

19 marzo

Papa Paolo VI lancia il primo appello per la liberazione di Moro.

21 marzo

Il governo vara il decreto con le norme antiterrorismo d’emergenza. La pena per i sequestri di persona è 30 anni, ergastolo in caso di morte del rapito.

23 marzo

Il ministro dell’Interno Francesco Cossiga assume il ruolo di coordinatore di tutte le forze di Polizia. Il Pci comunica la sua posizione ufficiale: opposizione a ogni trattativa tra Stato e Br.

Prigioniero. Lo choc della foto di Moro

Dopo il rapimento, stando ai racconti dei brigatisti, Moro viene portato in via Montalcini. La sua cella è un vano costruito all’interno di un appartamento che dall’esterno non deve destare sospetti. Con Ezio Mauro entriamo in Corte d’Assise a Roma, dove sono custoditi gli originali del Comunicato n.1 delle Br e la prima foto di Moro prigioniero. Ma perché i terroristi hanno scelto proprio lui? La risposta dell’ex brigatista Adriana Faranda. Le analisi di Giovanni Moro, sociologo e figlio dello statista, e di Nicola Rana, stretto collaboratore del presidente Dc.

25 marzo

Le Br fanno trovare in varie città il Comunicato n.2: “è in corso l’interrogatorio di Aldo Moro”.

29 marzo

Prime lettere di Moro: alla moglie Eleonora, al collaboratore Nicola Rana, al ministro dell'Interno Francesco Cossiga (“mi trovo sotto un dominio pieno e incontrollato”). Comunicato n.3 delle Br.

30 marzo

La Dc sceglie ufficialmente la linea della fermezza: nessuna trattativa.

“Sotto un dominio pieno e incontrollato”: il tradimento della prima lettera

Le Br cominciano il “processo” al prigioniero nella cella di via Montalcini. E Moro scrive le prime tre lettere dalla prigionia (sono in tutto 97 quelle conosciute). Ezio Mauro entra con lo studioso Michele Di Sivo nell’Archivio di Stato, dove sono custoditi molti originali degli scritti dello statista dal carcere. “Io mi trovo – scrive Moro al ministro degli Interni Francesco Cossiga – sotto un dominio pieno e incontrollato, sottoposto ad un processo popolare che può essere opportunamente graduato, con il rischio di essere indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa”. Propone subito il tema della trattativa, dello scambio di ostaggi, come unica via d’uscita. Una lettera che Moro voleva mantenere riservata ma che i brigatisti diffondono, come racconta Adriana Faranda.

2 Aprile

Durante una cena in provincia di Bologna un gruppo di amici (tra i quali Romano Prodi) fa una seduta spiritica dalla quale emergere la “rivelazione” che Moro sarebbe prigioniero a “Gradoli”. Secondo appello di Paolo VI durante l'Angelus.

4 Aprile

Comunicato n.4 delle Br con la “Risoluzione della direzione strategica delle Br” e nuova lettera di Moro al segretario della Dc Benigno Zaccagnini.

5 Aprile

Lettera di Moro alla moglie: le spiega come adoperarsi per uno scambio di detenuti.

6 Aprile

La famiglia Moro si dissocia dalla linea della fermezza adottata dalla Dc

“Questo sangue ricadrà sul partito”: la polemica con la Dc e la seduta spiritica

Aldo Moro scrive al segretario della Democrazia Cristiana Benigno Zaccagnini e con maggior forza propone uno scambio di ostaggi con i brigatisti. Si alzano i toni mentre continuano le indagini. Il mondo politico cerca di rispondere alla sfida Br ma tutto rimane misterioso, a partire dal luogo dove Moro è tenuto prigioniero. A dare un’indicazione arriva persino una seduta spiritica: spunta il nome di “Gradoli”. Con le testimonianze di Nicola Rana, nel ‘78 capo della segreteria di Moro, e Giuseppe Pisanu, nel ‘78 capo della segreteria di Zaccagnini

10 aprile

Comunicato n. 5 delle Br.

15 aprile

Comunicato n. 6: Moro viene condannato a morte.

17 aprile

Si allarga il fronte per la trattativa. Iniziative di molti intellettuali, Amnesty International. Primo appello del segretario generale dell’Onu Kurt Waldheim.

"Condannato a morte"

L'Italia si divide tra le ragioni della fermezza e quelle della trattativa con i terroristi che tengono prigioniero Aldo Moro. "Vivevo un'angoscia comune a tanti, sapevamo uscendo la mattina che poteva toccare anche a noi" ricorda Giorgio Napolitano, nel '78 membro della segreteria del Pci, e Giuseppe Pisanu, all'epoca capo della segreteria di Zaccagnini, racconta l'"atroce dilemma" di fronte al quale si trovava il partito. Claudio Signorile, allora vicesegretario del Psi, spiega su cosa si basava l'iniziativa socialista: "Amnistia per un brigatista non coinvolto in fatti di sangue". L'altro dibattito di quei giorni riguarda la veridicità delle lettere di Moro: è davvero lui? Intanto, un mese dopo il sequestro, arriva il sesto comunicato Br: il "processo" è terminato con la condanna a morte. Sembra la parola definitiva, non lo è ancora.

18 aprile

Diffusione del falso comunicato 7. Viene scoperta la base Br di via Gradoli a Roma.

19 aprile

Il quotidiano “Lotta Continua” pubblica un appello a favore della trattativa, firmato da intellettuali cattolici e laici.

20 aprile

Le Br inviano il vero comunicato numero 7 con la foto di Moro che tiene in mano una copia di Repubblica del 19 aprile. Propongono uno scambio di prigionieri: la Dc ha 48 ore di tempo per accettare. Intanto i brigatisti continuano a sparare: uccidono il maresciallo Francesco Di Cataldo a Milano.

Ancora misteri: il “suicidio” di Moro e la strana scoperta di via Gradoli

Il comunicato numero 7 delle Br annuncia la morte di Aldo Moro (“mediante suicidio”). Il cadavere del presidente Dc, è scritto nel volantino, si trova nel lago della Duchessa, al confine tra Lazio e Abruzzo. Una grande operazione di ricerca delle forze dell’ordine non porta ad alcun risultato: quel comunicato infatti è un falso. Non è stato scritto dalle Br ma, si scoprirà, da un falsario in contatto con la Banda della Magliana. Perché? Intanto viene finalmente scoperto, in modo rocambolesco, il covo romano di via Gradoli. Ma ancora una volta i suoi inquilini, Mario Moretti e Barbara Balzerani, sfuggono alla cattura. Arriverà il vero comunicato numero 7, e sarà un ultimatum.

22 aprile

Scade l'ultimatum. Appello di papa Paolo VI alle Br: “Vi prego in ginocchio, liberate Moro, senza condizioni”. Secondo appello di Kurt Waldheim, segretario generale dell'Onu.

24 aprile

Le Br diffondono il comunicato numero 8 con i nomi dei 13 detenuti per i quali vogliono la scarcerazione in cambio della liberazione dell'ostaggio. Moro chiede funerali senza autorità dello Stato né uomini di partito.

30 aprile

La famiglia Moro rivolge un ultimo appello con una lettera aperta alla Dc. Telefonata di Moretti a casa Moro: "Solo un intervento diretto, immediato, chiarificatore e preciso di Zaccagnini può modificare la situazione".

“Muoio, se così deciderà il mio partito”. Prove di trattativa

È in corso il tentativo di contatto con i brigatisti avviato dal Partito Socialista. Lo racconta Lanfranco Pace, ex dirigente di Potere Operaio negli anni ’70, che con Franco Piperno incontra più volte Valerio Morucci e Adriana Faranda in pieno centro a Roma. Quando tutto sembra deciso, Mario Moretti tenta un’ultima carta e chiama la famiglia Moro dalla stazione Termini di Roma.

Nona puntata in uscita il 4 maggio