Beckham, la popstar con i tacchetti

di VALENTINA DESALVO

David Beckham

Non capita spesso che un uomo sia così tosto in campo e abbia anche una linea di biancheria intima». La doppia vita di David Beckham, prima sportstar del calcio, è riassunta dalla battuta di Barack Obama. Perché Beckham è stato due calci d’angolo nei minuti di recupero della finale di Champions 1999 che hanno rovesciato la partita contro il Bayern (101 secondi in cui il Manchester United è passato dalla sciagura al trionfo), una punizione da capitano dell’Inghilterra all’ultimo istante contro la Grecia per la qualificazione mondiale del 2002, un film globale per ragazze appassionate (“Sognando Beckham”), il corpo che indossa degli slip firmati nelle gigantografie sui muri da Milano a San Francisco, dieci milioni di maglie con il suo nome vendute nel mondo, un patrimonio di 600 milioni di euro.

Per questo e molto altro, Beckham, nato il 2 maggio 1975, è diventato il calciatore del Duemila. La sua rivoluzione non è stata tecnica ma estetica. Ha cambiato lo spartito, ha allargato il campo: alla fine degli anni Novanta conquista la scena anche per quello che sa essere fuori. La bellezza, la faccia da attore, il fisico che migliora con l’età, i 40 tatuaggi, la relazione con una cantante pop, molto celebre e vagamente capricciosa, Victoria Adams delle Spice Girls che lo trasforma in Spice Boy. Il suo allenatore, Alex Ferguson, maestro eversivo in partita, buon uomo da pub scozzese fuori, mal sopporta la metamorfosi. Sotto i suoi occhi - e contro la sua volontà - nasce il giocatore modello, da Hollywood Football Club.

Beckham è talento precoce: a 16 anni, nel 1991, arriva al Manchester United, la squadra per cui tifano i suoi genitori, londinesi ma invaghiti dei Diavoli Rossi. Un po’ centrocampista, un po’ ala, ha un piede destro di seta e acciaio: tira da 40 metri senza sforzo apparente, spesso mirando e centrando gli angoli della porta, quando stoppa in corsa sembra che la palla si accomodi accanto a lui, ringraziando. Prende il posto di Eric Cantona nel cuore del Manchester; con Giggs, Scholes e i Neville rinnova il gioco e vince sei scudetti, quell’incredibile coppa dei campioni nel 1999, una coppa Intercontinentale, arriva secondo per il Pallone d’Oro, diventa simbolo della squadra e capitano della Nazionale inglese. Nel Manchester segna, da centrocampista, 85 gol in 394 partite. Pelé lo mette nella classifica Fifa dei 100 giocatori più forti di sempre, Ibrahimovic fruga nella sua playlist e commenta: «Ascolta Bieber e Selena Gomez. E’ bello scoprire che non ha buon gusto in tutto». Diventa mainstream quando Hugh Grant, l’attore, pronuncia questa frase in Love Actually: «Forse siamo un paese piccolo ma siamo un grande paese. Il paese di Shakespeare, Churchill, i Beatles, Sean Connery, Harry Potter. Del piede destro di David Beckham, e se è per questo del sinistro di Beckham». Piace ma non a tutti: da George Best a Maradona, molti campioni lo trovano incompleto, ininfluente, uno qualunque. «Ha un buon tiro da lontano, ma non è un grande calciatore», spiega l’argentino.

Per alcuni il divo è un fighetto. Il matrimonio da grande Gatsby, le copertine e i servizi fotografici, gli obblighi da famiglia patinata. Nel 2003, a febbraio, litiga con Ferguson, che proprio di questo l’accusa. «E’ diventato una celebrità e il calcio è ormai solo una piccola parte». Il tecnico, dopo una sconfitta in Coppa d’Inghilterra contro l’Arsenal, lo ferisce calciando una scarpa contro di lui e spaccandogli il sopracciglio («Ho apprezzato quanto fosse preciso il suo colpo», commenta Beckham). La fine della storia è vicina. Viene venduto, in estate, per 35 milioni al Real Madrid («Uno choc. Disgustato, non ho più guardato una partita del Manchester»), il suo stipendio vale più di 6 milioni l’anno. Poi c’è il resto. Gillette, Armani, Adidas e tanto altro: nel 2003 con 9 marchi personali diventa lo sportivo più pagato, 150 milioni di euro, contro i 70 di Michael Jordan, signore del basket.

David Beckham e le sue acconciature
Alcune acconciature di David Beckham

La sua classe va oltre i risultati. Beckham si imita, non si guarda. Prima di lui nessuno pensava di vestirsi come Maradona o di farsi i ricci alla Falcao. Persino Cruijff aveva i capelli lunghi come i ragazzi anni settanta, e non viceversa. L’urlo di Tardelli è stato replicato ovunque ma sempre durante una partita. Platini che spesso sapeva recitare - c’è una foto celebre in cui, per protesta, in una finale intercontinentale si mette sdraiato per terra come Paolina Borghese - cominciò a mostrare un gusto eccentrico: maglietta fuori, calzettone abbassato. Ma era snobismo d’artista. Beckham è moda, stile da seguire. Il calciatore ruvido, cheap, maschio da cortile diventa una figurina mondana. Voleva fare il parrucchiere e per questo cambia spesso pettinatura. Capello lungo, méchato, con la cresta, rasato a zero, con lo chignon, con le treccine, biondo platino; prima tardivo Simon Le Bon, poi contemporaneo Brad Pitt, prima metrosexual poi cowboy. Dolce e selvaggio, sempre profumatissimo, come spiegò Ronaldo, il brasiliano, quando a fine partita, dopo averlo eliminato dai mondiali nel 2002, gli chiese la maglietta. E poi, evidentemente, l’annusò.

Nel tempo essere un’icona ha cancellato la sua immagine sportiva. Entra nelle classifiche di Forbes, in quelle di Time, è una ‘personalità influente’, ‘un ambasciatore dello sport’. Piace ai bambini, alle donne, ai ragazzi. Fa l’attore. Diventa eau de toilette, telefonino, superalcolico, bevanda dietetica: il brand Beckham riassume tutti gli sponsor, che ancora oggi, a cinque anni dal ritiro (dopo il Real, dove vince uno scudetto, Los Angeles, dove ne conquista tre, il Milan e il Paris Saint Germain, in cui chiude la carriera con l’ultimo titolo), gli portano 41 mila euro al giorno. Un’azienda, David, Victoria e i 4 figli (uno già firmato Burberry), che continua a fatturare e a investire. Dall’Europa agli Stati Uniti, dove oggi è diventato azionista di Miami, squadra da costruire per la Lega del calcio Usa. Ha chiesto Cristiano Ronaldo per il 2020, mentre Bolt vorrebbe un provino. E’ il “Miami Beckham United”, secondo i tifosi. Il padrone è ancora lui.



David Beckham cover riviste
Alcune cover di riviste con David Beckham



La macchina seduttiva del pallone

di PAOLO DI PAOLO

Ernesto Castano
Ernesto Castano con la maglietta della Juventus

«Io da grande vorrei fare il calciatore, perché il calcio è il mio sport preferito. Sarebbe bello giocare nella mia squadra del cuore, ma anche con mio fratello, visto che pure lui vorrebbe giocare a calcio. La giornata di un calciatore me la immagino molto impegnativa, ma soprattutto stancante, comunque lo desidero lo stesso». Se siete o siete stati ragazzini maschi, è un sogno che conoscete. La citazione viene da un tema di scuola elementare. Difficile dire se quel bambino, nel frattempo, abbia fatto passi avanti o già appeso gli scarpini al chiodo. Difficile almeno quanto datare il tema. Potrebbe essere scritto ieri o mezzo secolo fa. Sarebbe tanto diverso? Il ragazzino napoletano di otto anni che dice del Pipita Higuaín «è il mio mito perché non solo è un calciatore bravissimo ma guadagna tanto e aiuta anche la sua famiglia», in cosa si differenzia da un suo coetaneo che nel 1967 cercava di farsi ricevere – suonandogli al campanello di casa – da Ernesto Castano, il “terzino di ferro” della Juve campione d’Italia? A raccontarlo è Darwin Pastorin, nella sua recente Lettera a un giovane calciatore (Chiarelettere).

Il sogno del calcio non si appanna, ma di sicuro – nell’oliatissima macchina seduttiva del pallone – si è a un certo punto intromesso un avverbio. L’intramontabile e internazionale desiderio di essere eroi in calzoni corti ha guadagnato un “come”: diventare come un calciatore. Ridurre tutto a una questione di lussi esibiti su Instagram, alla Mauro Icardi, sarebbe però superficiale. Meriti sportivi e costruzione della propria immagine si intrecciano come mai forse si sono intrecciati prima: ne risulta una bolla di fascino che avvolge anche le squadre virtuali di un videogame come FIFA. Del fanta-giocatore Alex Hunter, è possibile personalizzare acconciatura, abiti e perfino tatuaggi.Scuole calcio agguerrite e costose coltivano illusioni e talenti, radicalizzando genitori che si comportano sempre più come piccoli manager. E finiscono per sognare – fin troppo nervosamente – un riscatto per interposta persona, rischiando il Daspo. Diventare un calciatore è un pacchetto fortunato che c’entra con l’atletica, ma non solo con l’atletica. Con quattro campionati in serie B si può vivere di rendita: il sogno – se non è proprio a portata di mano – può essere risolutivo per le tasche. Maglie senza sponsor e ingaggi contenuti da un lato; maglie iper-sponsorizzate, ingaggi faraonici e bella, imperitura bellissima vita dall’altro: troppo facile metterla giù così, ma il ragazzino che sognava di essere Boniperti sognava un po’ più in piccolo di chi sognava George Best. Sognava un sogno che cominciava a uscire dal campo.

George Best
George Best palleggia per strada

L’irlandese considerato – come ricorda il cognome – uno dei migliori (dribblatori) di sempre, vantava di essere stato con migliaia di ragazze. Se dovessimo scomodare uno come Desmond Morris, l’etologo della “scimmia nuda”, direbbe che si tratta di un distintivo antropologico. Nel 1981, scrivendo l’enciclopedico studio La tribù del calcio – dopo avere esplorato le origini, appunto, tribali del gioco, a metà fra caccia rituale e cerimonia religiosa – ne evidenziava, senza moralismo, la funzione di «droga sociale». Con un polo di attrazione non più solo sulle zolle verdi, ma anche fuori: quando affascina, l’«eroe tribale» affascina in campo e nella vita. Diventa «un modello». La vita su di giri di Best, amato quanto i Beatles, fa di lui una delle prime autentiche star del calcio. Come il quasi coetaneo tedesco Franz Beckenbauer, è nella schiera dei “pionieri” fra le celebrità trasversali: le icone pop che segnano la storia del costume almeno quanto quella della disciplina sportiva.

Gigi Meroni
Gigi Meroni, la “farfalla granata”

C’è un tempo di idoli che riescono a esserlo per un attimo e basta: giocano, danno il meglio di sé fra porta e porta, si infilano nello spogliatoio e scompaiono. È l’epoca delle origini, quella degli eroi-straccioni – vite alla Garrincha, gambe storte e zero glamour. Senza tv, i calciatori avevano l’espressione fissa delle figurine e vivevano nell’urlo ansioso delle radiocronache. Spesso, dismessi gli scarpini, diventavano letteralmente invisibili, chiusi in un bar di paese o nel magone della giovinezza perduta. «Gloria minima»: quando Gianni Brera descrive Gianni Rivera, senza troppa benevolenza lo assimila a un «abatino» grazioso, delicato, elegante; un altro Gianni, Mura, ci mostra Rivera che sbuccia salame con le mani nelle trattorie della Bassa. E tuttavia già il sobrio assistman alessandrino poteva vantare – in forma di poster nelle camerette – un suo acceso seguito personale. Non al punto, però, da dettare acconciature (e tuttavia, una ditta d’abbigliamento sportivo la fondò nel 1980). Un mondo chiuso di atleti si apre sempre più al mondo, allo star system, ma c’è ancora un abisso fra le pagine di rotocalco sul fidanzamento di Rivera con la soubrette Elisabetta Viviani e le innumerevoli fidanzate di Bobo Vieri. Per farsi davvero notare, è occorso a lungo un tratto eccentrico: la gallina al guinzaglio di Gigi Meroni – la “farfalla granata” con la passione per la pittura – morto tragicamente nel ’67, appena ventiquattrenne. Il massimo dei vezzi, per un gran marcatore come Giuseppe Furino, era non indossare i parastinchi, sul modello di Omar Sívori. Tatuaggi, depilazioni, creste che fanno scuola arrivano più tardi. E non c’è da fare i bacchettoni. Cr7 Ronaldo si fa fotografare da modello, steso su un letto con copripiumino che porta il suo nome a lettere cubitali; Messi posa in pigiamone; Balotelli non rinuncia all’aria di provocatore stravagante; uno come Nainggolan, in fatto di look, osa sempre. Entri in una classe di scuola primaria o di scuola media, e basta il colpo d’occhio per cogliere le influenze. Sex symbol e fashion victim, i calciatori del ventunesimo secolo fanno gli alternativi e si rinnovano di continuo: l’orecchino di Maradona, che pure fu imitatissimo, appare primitivo al confronto. C’è da rimpiangere i calzoncini che parevano mutandoni e le maglie spesse di lana? No. Perché poi tanto c’è sempre uno come Riccardo, quinta elementare, che precisa: «Mi piacerebbe poter fare tanti goal e permettere alla mia squadra di essere tra le top. Non cerco un successo personale allo scopo di diventare ricco o di essere famoso. La fama e i soldi non credo mi possano dare quello che cerco». Speriamo ci creda. Intanto lui si impegna di brutto e spera, «ma forse – conclude un po’ rassegnato – diventerò un avvocato o un operaio».

Progetto editoriale di Marianna Bruschi, Massimo Mazzitelli, Gianluca Moresco
Realizzazione a cura di Visual Lab (sviluppo di Daniele Testa, grafica di Adriano De Leo), Visual Desk e redazione sportiva

Articoli e video di Sara Bertuccioli, Fabio Caressa, Maurizio Crosetti, Claudio Cucciatti, Anna Laura De Rosa, Valentina De Salvo, Francesco Gilioli, Paolo Di Paolo, Marino Niola, Luigi Panella, Benedetta Perilli, Nicola Sellitti, Enrico Sisti, Maurizio Stanzione, Walter Veltroni

Quiz di Michela Cuppini
Illustrazioni di Marta Signori