Dimentichiamo lo stereotipo del calciatore da oratorio

di WALTER VELTRONI

Dino Zoff

Non giudichiamo i calciatori dai loro tatuaggi e dalla quantità di selfie. Chi è appassionato di calcio li giudica dai risultati. Guardiamo ai giocatori di oggi immergendoli nel tempo che stiamo vivendo». Classe, competitività, spirito di squadra. Oggi come ieri è questo che conta. Perché se è vero che i giocatori sono in questo momento l’incarnazione di tutto ciò che compone il mito, è anche vero che sono figli di questa nuova Italia.




Quella scuola per eroi popolari

di MARINO NIOLA

I calciatori sono simboli da quando è nato il gioco più bello del mondo. Anzi da prima. Perché i campioni dello sport, sono da sempre oggetto di ammirazione, identificazione, proiezione, passione, venerazione. Era così ai tempi di Rivera e Mazzola. È così ai tempi di Messi e Cristiano Ronaldo. A cambiare però è la società che crea quei simboli e ogni volta ne fa un uso e consumo che riflettono lo spirito del tempo.

I fuoriclasse degli anni Trenta, Giuseppe Meazza, Raimundo Orsi, Angelo Schiavio, Silvio Piola, Gino Colaussi, quelli che ci fecero vincere due mondiali di fila, erano lo specchio delle virtù dell’Italia fascista. Guerrieri e patrioti. Esempio di ardimento e di abnegazione, li definiva la propaganda del regime. Giocatori in camicia nera che entravano in campo come un manipolo di combattenti e al comando dell’allenatore Vittorio Pozzo scattavano sull’attenti facendo il saluto romano. Lo stesso Mussolini ripeteva che “le prodezze sportive accrescono il prestigio della nazione e abituano gli uomini alla lotta in campo aperto”.

Calcio come scuola di guerra per eroi popolari. Corpi e facce da contadini e da operai. Allora epica sportiva ed epica del lavoro erano ancora sorelle ed entrambe erano imparentate con l’etica.

Raimundo Orsi
Raimundo Orsi

Anche gli idoli che illuminano il firmamento calcistico degli anni Sessanta, Rivera, Riva e Bulgarelli, riflettevano la mutazione antropologica dell’Italia del miracolo economico. La sua urbanizzazione crescente, il suo imborghesimento incipiente. Gianni Brera li chiamava un po’ spregiativamente “abatini”, per dire che si trattava di stilisti eleganti, ma privi di rabbia agonistica. Erano “figli di mamma nel pallone”, espressione somatica di un Paese dove i colletti bianchi si apprestavano a superare i contadini. Eppure restavano ragazzi della via Gluck, senza grilli per la testa, con tranquillissime vite di periferia. Come Antonio Juliano, maglia numero otto e capitano del Napoli. Quando la squadra partenopea tornava dalle trasferte in treno, i macchinisti rallentavano all’altezza di San Giovanni a Teduccio, dove il giocatore viveva con la famiglia. E Totonno scendeva al volo, attraversando i binari per correre a casa.

Giacomino Bulgarelli, anima del bellissimo Bologna di Fulvio Bernardini e di Helmut Haller, era così normale da essere iconizzato come “il borghese Bulgarelli” nel libro che gli dedicò Italo Cucci.

Erano personaggi nazional popolari. Idoli loro malgrado. Come il riservatissimo Gianni Rivera che in “Ecceziunale veramente” Diego Abatantuono trasforma in un profeta del pallone in missione per conto di Dio. Dove l’Altissimo in persona scende dalle nuvole e gli ordina: “ciapp’ questo pallone, un tango, e vai in giro per il mondo a insegnare il gioco del calcio”.

La normalità di questi campioni, che resistette indenne anche alla deregulation sessantottina, era scritta sui loro corpi, perfettamente omologati. Tanto che quando il 22 luglio 1988 il boccoluto portoghese Rui Barros arrivò alla Juve, l’allora presidente Boniperti, al momento della firma del contratto gli fece trovare il barbiere dietro la porta del suo ufficio e gli impose la tonsura prima di presentarlo alla stampa.

Radja Nainggolan - Rudd Gullit - Giacomo Bulgarelli
Radja Nainggolan - Rudd Gullit - Giacomo Bulgarelli

Invece è il casco di treccine di Gullit, che la Gialappa’s ribattezzò “mocho vileda”, ad annunciare che in campo e fuori i tempi stanno per cambiare. Con il contributo del genio anarchico di Diego Armando Maradona. E del codino buddista di Roberto Baggio. Da allora vita e opere, corpo e anima dei calciatori entrano nell’era dell’individualismo di massa.

Oggi, che il popolo non si sa più che cosa faccia e che il lavoro più che un valore è una chimera, gli assi del pallone hanno un’immagine fluttuante. Più profilo che persona. I loro tatuaggi sono da guerrieri maori, le loro capigliature da mohicani punk. Fighettissimamente intonate con le scarpette, come la cresta rossa del tigre Nainggolan. Eppure, nonostante i look aggressivi, da fenotipo tribale, i vari Hamsik, El Sahrawi, Balotelli, sembrano più bamboccioni che galli da combattimento.

“Un giocatore, con due occhi deve controllare il pallone e con due il giocatore avversario”, diceva l’ineffabile Vujadin Boškov. Adesso deve avere altri due occhi, per controllare la sua immagine sul web. Per viralizzare frasi, gesti, battute, balletti, tormentoni, pianti. Emoticon in movimento. Esibiti, esternati e postati col risultato di trasformare gli atleti in testimonial, in influencer. Siamo decisamente entrati nell’era del calciatore social.

Dino Zoff, il campione zero trasgressioni

Intervista di LUIGI PANELLA



Mai un filo di barba, sempre lo stesso taglio di capelli. È lo Zoff portiere, dall’inizio della carriera ad oggi. «Qualcosina cambiavamo anche noi - racconta il campione del mondo - ma non era un momento di esasperazione mediatica come adesso». Aneddoti sui suoi trent’anni? «L’unica trasgressione era quando si vinceva il campionato e la sera si andava in un locale e si faceva tardi».

Progetto editoriale di Marianna Bruschi, Massimo Mazzitelli, Gianluca Moresco
Realizzazione a cura di Visual Lab (sviluppo di Daniele Testa, grafica di Adriano De Leo), Visual Desk e redazione sportiva

Articoli e video di Sara Bertuccioli, Fabio Caressa, Maurizio Crosetti, Claudio Cucciatti, Anna Laura De Rosa, Valentina De Salvo, Francesco Gilioli, Paolo Di Paolo, Marino Niola, Luigi Panella, Benedetta Perilli, Nicola Sellitti, Enrico Sisti, Maurizio Stanzione, Walter Veltroni

Quiz di Michela Cuppini
Illustrazioni di Marta Signori