Tecnologia e ricordi, lo scarpino diventa feticcio

di ENRICO SISTI

Rivera

Tra un ramo e l’altro dell’albero genealogico del calcio ha prosperato più di una generazione di calciatori dalla famiglia allargata, per i quali gli scarpini erano come dei parenti. I professionisti li portavano a casa dopo l’allenamento e li affidavano alle mogli o alle madri. I ragazzini, quando li acquistavano, provavano l’emozione di un matrimonio anticipato. Si sentivano grandi.

Ce li portavamo dietro dopo aver provveduto alla loro igiene. Raramente entravano nella borsa senza che prima non fossero sparite le tracce della partita o dell’allenamento precedente. Parlando di uno dei modelli più recenti e costosi che aveva ricevuto in regalo per il suo 16esimo compleanno, un compagno di squadra toscano diceva: “Codesti mondan meglio!”. Ossia si pulivano più facilmente. Mai, nemmeno una volta, ci si dimenticava di proteggerli o di regalar loro una carezza, con le mani, lo strofinaccio, lo spazzolino per il grasso. Dopo una partita nel fango i nostri parenti coi lacci pesavano come quei parenti senza lacci che decidevano di esagerare al cenone della vigilia. Ma non smettevamo per questo di amarli. Anzi aumentavano le attenzioni. Sapevamo che la nostra premura li avrebbe presto restituiti all’originario splendore. E quando sbiancavano in punta, erosi dal tempo, sembravano ancora più umani. Come gli umani cominciavano a metter su qualche capello bianco, diventavano vecchi. Per nascondere l’inaccettabile verità e per cancellare il bianco/grigio/marrone della parte più logora, qualcuno ricorreva al pennarello nero. Ma chissà perché quello che trovavi in cartoleria era sempre un nero diverso. E così il rimedio si rivelava peggiore della malattia: gli scarpini diventavano bicolori. C’è stato un lungo momento, forse lo abbiamo dimenticato, in cui gli scarpini erano di un solo colore: neri. Il colore è arrivato con la Diadora e sembrò un affronto.

John Charles, il gigante buono del Galles
John Charles, il gigante buono del Galles

Quando ebbe per la prima volta tra le mani (non ancora ai piedi) un certo scarpino italiano, un parente prezioso come pochi altri creato negli anni Cinquanta dal marchigiano Emidio Lazzarini, John Charles, il gigante buono del Galles, esclamò: “Ma questa non è una scarpa da calcio, è una “golden slipper”!”. Charles aveva dato il nome a quel gioiello: pantofola d’oro (la ditta poi sarebbe stata rilevata proprio da un’azienda gallese). Era l’inizio della modernità. Scarpe avvolgenti, morbide, più resistenti all’acqua (ma non proprio impermeabili) o quantomeno non così assorbenti e disposte alla mutazione genetica da trasformarsi in gambaletti punitivi. Le calzature italiane vennero dopo la vera grande rivoluzione: quella di Adolf Dassler, dei tacchetti intercambiabili e della leggerezza. Si racconta che uno dei motivi per cui la Germania vinse i Mondiali del ’54 contro l’Ungheria era proprio lì sotto, erano le scarpe con cui i tedeschi riuscirono a sentirsi ancora leggeri ed elastici mentre davanti a loro gli ungheresi, con due carri armati ai piedi, affondavano ogni minuto di più. Negli ultimi minuti di partita erano tutti scomparsi nel miscuglio d’erba e terra bagnata, non alzavano più le gambe e per un dolore al piede Puskas zoppicava. Avvenne così “il miracolo di Berna”. Leggende a parte, fu a metà degli anni Cinquanta che la prospettiva cambiò. E cambiò per sempre. Non più “oggetti” a mera protezione dei piedi bensì mezzi tecnici finalizzati a: miglior controllo del pallone, maggiore stabilità nella corsa, perfezionamento del “grip” a terra dopo gli spostamenti più complessi (laterali, all’indietro, in ricaduta).

L’Adidas è l’acronimo dell’innovatore tedesco, con una “i” eufonica in mezzo. Anni dopo, durante la massima espansione delle prime Adidas in Italia, soprattutto da riposo, ma anche da calcio, basket e atletica, per non parlare delle “Stan Smith” nel tennis, sulle bancarelle di Porta Portese apparvero delle “fake shoes” che avevano le tre bande come le Adidas, non ancora protette dal brevetto, e un nome simile: Addas. Mancava proprio la “i” eufonica. Costavano pochissimo e c’era una ragione: facevano orrore, spesso la destra non somigliava alla sinistra, o forse le somigliava troppo. La scarpa da calcio più famosa degli ultimi 40 anni è sicuramente la “Copa Mundial” dell’Adidas, anno di nascita del “parente” 1979, un prodotto rivoluzionario, la scarpa più venduta di sempre, in pelle di canguro. L’unico problema è che la sua essenzialità, pianta stretta, tomaia morbida e avvolgente, rendeva più precario e instabile l’appoggio a terra. Bisognava abituarsi, soprattutto quando i tacchetti non affondavano nell’erba o si giocava sulla pozzolana. L’avvento della Nike è storia di oggi. Le scarpe da calcio esistono da secoli. Il cordaio della casa reale inglese, Cornelius Johnson, venne svegliato una mattina da un messo di Enrico VIII. Recava una lettera: “Devi costruirmi un paio di scarpe per giocare a palla”. Accadeva nel 1526. Erano stivaletti durissimi dalla suola liscia, senza tacchetti. Avrebbero dovuto proteggere i piedi dall’impatto con la palla. Ma il più delle volte provocavano solo danni a causa della loro rudimentale concezione. La prima scarpa moderna emerse prima della rivoluzione industriale grazie all’uso del caucciù. Lungo la via delle colonizzazioni, con il crescere della contaminazione fra ricchi e poveri, presunti colti e presunti incolti, venne copiata l’abitudine degli indigeni d’America di spalmarsi i piedi di lattice per proteggersi dal freddo: se è vero questo, disse Charles Goodyear, il primo a vulcanizzare la gomma, perché non usiamo il caucciù per costruire delle calzature più leggere e più tecniche? Ci vollero altri anni però perché si vedesse una commercializzazione in serie: si tende a farla coincidere con i Giochi di Atene del 1896, con conseguente nascita di aziende specializzate.



Adidas Copa Mundial
Sopra Adidas Copa Mundial circa 1990 - Sotto Adidas Copa Mundial 1979

Gli scarpini moderni sono una rabberciata lavorazione a maglia tra antiche passioni, sempre più flebili, ossessioni estetiche, mercato e funzionalità bio-meccanica. Ma rimangono dei prodotti usa e getta cui raramente ci si affeziona, anzi più ne usi un paio e più ti viene voglia di cambiarlo, per ansia o per curiosità consumistica. Per i ragazzi non sono più un traguardo ma un punto di partenza. Ne arrivano a vagonate nei centri sportivi, raramente trovi un calciatore al di sotto dei 35 anni che abbia stabilito un rapporto sentimentale con la propria scarpa. Ancora più improbabile che qualcuno ci riesca in futuro. Gli scarpini di oggi hanno colori sgargianti, sono pixellati e gli ultimi modelli presentano anche il collo, una specie di allungamento della scarpa, realizzato con materiale diverso, che ha funzione di bendatura a protezione della caviglia (la Nike ha prodotto una scarpa del genere anche per Serena Williams e Vika Azarenka). Furbescamente, rispettando la ciclicità del gusto, sia Adidas che Nike, così come altre aziende, Umbro, Diadora, Asics, Puma (che usava Pelè), stanno rilanciando lo scarpino nero o quasi nero. Ma sono fibre che bruciano, una volta era pelle che avvolgeva. Sono personalizzati, tutto è ormai personalizzato con loghi, acronimi, numeri celebrativi. Prima non ce n’era bisogno. La personalizzazione della scarpa dipendeva da una sola cosa: era la tua scarpa. E sognavi che fosse immortale.

My Mercurial mohawk🚨 Ready for the game🐆 #bornmercurial #mercurial @nikefootball

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Qui Inter: «Chi ha personalità in campo ce l’ha anche fuori»

Interviste di FRANCESCO GILIOLI



Marco è terzino e in questo momento il suo calciatore di riferimento è in casa Inter: Joao Canselo. Ma il suo mito da bambino è sempre stato Philipp Lahm, capitano della nazionale tedesca. È a lui che tenta di ispirarsi. Edoardo invece guarda a Ibrahimovic. I ragazzi della scuola calcio dell’Inter osservano i loro miti sul campo, ma mantengono forte il proprio modo di essere soprattutto sul look fuori dal campo.




Qui Napoli: «Calciatori nostri idoli, vogliamo essere come loro»

interviste di ANNA LAURA DE ROSA



«Io li guardo e per me sono obiettivi». Idoli, punti di riferimento. Tra i giovani giocatori della scuola calcio del Napoli i big del calcio «sono tutto». Li osservano quotidianamente attraverso i loro profili social. Da instagram a Facebook, guardano come si vestono, come si allenano, cosa fanno nel tempo libero.

Progetto editoriale di Marianna Bruschi, Massimo Mazzitelli, Gianluca Moresco
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Articoli e video di Sara Bertuccioli, Fabio Caressa, Maurizio Crosetti, Claudio Cucciatti, Anna Laura De Rosa, Valentina De Salvo, Francesco Gilioli, Paolo Di Paolo, Marino Niola, Luigi Panella, Benedetta Perilli, Nicola Sellitti, Enrico Sisti, Maurizio Stanzione, Walter Veltroni

Quiz di Michela Cuppini
Illustrazioni di Marta Signori