La strada di Baggio: col codino nello spogliatoio di Bergomi

di LUIGI PANELLA

Roberto Baggio

Trait-d’union, il punto di congiunzione. L’uomo di mezzo, quasi fosse una verità: a volte scomoda, a volte dogmatica ispirazione della massa. Roberto Baggio è lo spartiacque tra epoche in realtà ancora più distanti del tempo che le separa: nell’immagine, nel pensare, nel carattere, nella maniera di stare in campo. Le figurine di molti dei calciatori che lo hanno preceduto potevano essere proiettate in rapidissima progressione, come fossero una pellicola. Ma non sarebbe stato un film d’azione: perché tra Dino Zoff che alza la coppa Europa nel 1968 e quello che 14 anni più tardi mostra al mondiale di Spagna l’orgoglio d’Italia non c’è poi tutta questa differenza. Una generazione di calciatori il cui unico monile è la fede al dito, le cui uniche trasgressioni possono essere un paio di baffoni, o magari scapigliature alla Ezio Vendrame o Luciano Zigoni, sinonimo di ribellione istintiva, selvaggia, ma come tale rigorosamente proibita quando il club di livello impone uno stile.

Tra loro e i Nainggolan dei nostri tempi c’è lui, Roberto Baggio: sempre discreto, mai invadente, eppure eccezionalmente innovativo. Sdogana il professionista tutto di un pezzo ma lo fa senza eccessi: con lui si iniziano a vedere quantità industriali di braccialetti e catenine, e soprattutto compare il codino. Curato, coccolato, in ordine anche contro la tramontana, adagiato sulle spalle come un pennello che riproduce nell’aria le tele dipinte sul prato. Quel codino è una forma di anarchia sottile. Una trasposizione in campo delle parole di De Andrè: ‘’Sono uno che pensa di essere abbastanza civile da riuscire a governarsi per conto proprio’’. Baggio è anche questo, è una bandiera di tutti e contemporaneamente di se stesso. Trancia il concetto di bandiera eterna alla Mazzola o alla Rivera, però diventa il simbolo delle squadre -tante- in cui gioca.



Roberto Baggio
Roberto Baggio raccoglie la sciarpa della Fiorentina

Si sarebbe fermato molto di più alla Fiorentina, e quando veste in maglia Juve e la incontra, inscena un modo di essere. Un ex di antica generazione non esiterebbe a festeggiare un gol alla vecchia squadra in maniera anche esagerata, un ex di nuova, schiavo della più ipocrita delle ipocrisie, godrebbe interiormente condendo un finto muso lungo con gesti di scuse. Baggio invece evita pianti del coccodrillo. Dopo una cessione che ha incendiato la città, non recita il copione del rigore segnato a cui segue una scena di plastica. Lui quel rigore alla sua ex non lo tira proprio, e quando viene sostituito non ha paura di mettersi al collo una sciarpa viola piovuta dagli spalti.

Per lui finire in provincia non è il dignitoso epilogo della carriera di un Anastasi che va a giocare all’Ascoli, ma non è nemmeno un pensiero inaccettabile di chi farebbe le valigie solo per andare a Madrid, Barcellona o Manchester. Per lui la provincia è un ritratto vero, un misto di tradizioni, è la domenica della buona gente. È nel mezzo, anche nel modo di relazionarsi alla fede. Per i Trapattoni il punto di riferimento è l’oratorio, lo scappellotto dato dal parroco quando vede le regole in pericolo. Lui invece abbraccia la filosofia buddista, percorso interiore di un uomo dolce ed al tempo stesso fortissimo, capace di superare una serie di infortuni dai quali uscire fuoriclasse sembra impossibile.

Baggio è anche l’uomo senza un ruolo definito: né attaccante, né regista, la definizione più calzante gliela dà le roi Platini, la ideale maglia ‘nove e mezzo’ quasi per tutelare la sua anarchia in campo. Vince un sacco di trofei, scavalca il muro delle 200 reti in serie A, eppure resta legato al rigore sbagliato nella brace di Pasadena contro il Brasile. Trait-d’union, sempre, come quella parabola che disegna una linea che sembra non avere fine.




Oggi siamo arrivati al calciatore imprenditore

di FABIO CARESSA



Siamo negli anni 70 e la prima immagine evocata da Fabio Caressa, conduttore e telecronista per Sky, è quella di Gianfranco Zigoni arrivato in panchina in pelliccia. Il percorso nei decenni del calcio porta a Ruud Gullit «e alla sua parrucca» che segna un cambiamento, il passaggio - usando le parole di Caressa - «da semplice calciatore a imprenditore di se stesso». Il salto negli anni 90 porta al cerchietto di Bobo Vieri, al calciatore «che diventa sex symbol» e poi a David Beckham, piccola industria di se stesso. «Lui lancia la moda dei calciatori disimpegnati, anche troppo - commenta Caressa - e impegnati su tatuaggi e tagli di capelli. È un’evoluzione, ma mi piacerebbe veder giocatori più impegnati nel sociale».




E il calcio cinese bandisce i tatuaggi

di NICOLA SELLITTI

Calciatori cinesi in campo senza tatuaggi. La federcalcio cinese – su input governativo – ha messo al bando i tattoo messi in mostra dai propri calciatori, sia in nazionale che nella Chinese Super League e poi nelle leghe inferiori. E’ solo una tappa intermedia nell’ottica della Rivoluzione culturale 2.0 partita nel Paese della Grande Muraglia, con la sistematica rimozione dei simboli della civiltà occidentale. Una nuova via al socialismo, con effetti già evidenti nella recente amichevole persa 6-0 dalla nazionale allenata da Marcello Lippi contro il Galles di Gareth Bale – per inciso, una delle poche star del pallone che non è mai ricorsa ad ago e inchiostro per frasi, nomi o disegni sul corpo -, con i calciatori costretti a bendare i tattoo più in vista, oppure indossando casacche con manica lunga. Per esempio, Wei Shihoa e Gao Lin, tra gli atleti più famosi della Cina, hanno giocato contro i gallesi con le braccia coperte. E la stessa procedura è stata adottata dai calciatori dell’Under 23 cinese, in campo con la Siria. E anche in allenamento, ricorso a calzamaglie, manicotti, bendaggi. In caso di rigurgiti alla censura da parte degli atleti, la convocazione in nazionale diventerà solo un sogno con il rischio di perdere il posto anche nella squadra di club. Ma sarà la stessa federcalcio che nelle prossime settimane, fanno sapere i media cinesi, a produrre le linee guida del provvedimento.

IL TATTOO COME L’HIP HOP E I BACI

Wei Shihao
Wei Shihao durante la partita Cina Galles

E ila normativa anti tattoo nel calcio cinese, in attesa degli atti ufficiali, va applicata subito anche nelle giovanili cinesi, esempio per le nuove generazioni di teenager, assieme allo stop ai tagli di capelli stravaganti, vestiti appariscenti, effusioni troppo calorose nei campus universitari. Il bando per i tatuaggi dei calciatori segue dopo alcune settimane il divieto assoluto di piazzare suille tv cinesi attori ricoperti di immagini (e nel mirino della censura di Pechino sono finiti anche gli artisti hip hop..)

PER GLI STRANIERI NESSUNO STOP, PER ORA...
Ma l’editto cinese va a colpire solo il prodotto nazionale. Per ora gli stranieri sono dispensati, per non perdere dopo poche mesi quelli arrivati da Europa e Sudamerica che già infoltiscono la Chinese Super League e per non precludere l’arrivo di potenziali top player con il corpo ricoperto di tattoo. Anche se fonti cinesi, come thepaper.com rivela che presto il bando sarà esteso alle varie categorie del calcio cinese.

Progetto editoriale di Marianna Bruschi, Massimo Mazzitelli, Gianluca Moresco
Realizzazione a cura di Visual Lab (sviluppo di Daniele Testa, grafica di Adriano De Leo), Visual Desk e redazione sportiva

Articoli e video di Sara Bertuccioli, Fabio Caressa, Maurizio Crosetti, Claudio Cucciatti, Anna Laura De Rosa, Valentina De Salvo, Francesco Gilioli, Paolo Di Paolo, Marino Niola, Luigi Panella, Benedetta Perilli, Nicola Sellitti, Enrico Sisti, Maurizio Stanzione, Walter Veltroni

Quiz di Michela Cuppini
Illustrazioni di Marta Signori